Gemona del Friuli, una ricostruzione riuscita

Gemona del Friuli e il Modello Friuli: da capitale del terremoto a simbolo di rinascita

IL TERREMOTO

Sembra strano, ma che il Friuli e Gemona fossero zone sismiche e con precedenti terremoti disastrosi, pochi lo sapevano.
Solo dopo il 6 maggio del 1976 alcuni storici ricordarono gli avvenimenti del passato che evidenziavano la frequente sismicità di questa terra.
Anche per Gemona esiste un Chronicum Glemonense ab anno MC ad MDXVII che riporta quei fatti.
Tra essi ricordiamo:
• 1116 – disastroso terremoto in Friuli;
• 1348 – terribile terremoto, più della metà delle case sono distrutte: il campanile della maggiore chiesa tutto si fesse e aperse, e la figura di San Cristoforo intagliata in pietra si fesse tutta per lo lungo;
• 1511 – il giorno 26 marzo, all’ora ventesima, luna ventottesima, fu massimo terremoto ovunque e più che mai a Gemona e fece innumerevoli distruzioni di case.

Alle 21:00 del 6 maggio del 1976, dopo una scossa di media intensità, un fortissimo sisma raggiunge i 6,4 gradi della Scala Richter (decimo grado della Scala Mercalli) per ben 54 secondi.

Poi calò una calma irreale, accompagnata dal buio più profondo e da tante polvere.
Nel cielo le stelle sono ancora al loro posto.

Allora, cosa è successo?

Gemona è il centro più importante di un’area di oltre 3.500 chilometri quadrati completamente distrutta: la zona più colpita fu quella a nord di Udine, con epicentro il Monte San Simeone, situato tra i comuni di Trasaghis, Bordano e Venzone, che divenne il simbolo dell’Orcolat, cioè dell’orco, che tradizionalmente viene associato ai terremoti.
La scossa colpì 137 comuni in Friuli Venezia Giulia, per una popolazione coinvolta di circa 600.000 abitanti, provocando in regione 989 morti e oltre 70.0000 senza tetto.
La scossa venne avvertita in tutta l’Italia centro-settentrionale e in Europa, fino in Olanda.

A Gemona 370 furono i morti, migliaia i feriti, più di 4000 gli immobili distrutti e danneggiati.
Questo il dramma di Gemona, divenuta suo malgrado la Capitale del Terremoto.

I SOCCORSI ED I PRIMI INTERVENTI

Il primo impegno al quale dovettero far fronte le squadre di soccorso fu quello del salvataggio dei feriti e del recupero delle salme, cercando nel contempo di ripristinare le comunicazioni e rendere possibile il coordinamento degli aiuti.
In quei giorni drammatici è accaduto di vedere collaborare soccorritori di paesi diversi, tutti con lo stesso impegno; e anche oggi ci rendiamo conto dell’importanza che ha avuto la solidarietà internazionale.
E’ doveroso ricordare che a questo slancio di solidarietà presero parte reparti dei Vigili del Fuoco, dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri, di P.S., della CRI e numerose unità militari provenienti da Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e USA.

Da questa esperienza sul campo nacque il Servizio Nazionale della Protezione Civile.

Una parola a parte va spesa per l’Associazione Nazionale Alpini, che fin dai primi giorni organizzò numerosissimi volontari: a meno di un mese dalla tragedia sorsero il Centro Base Operativo per la raccolta dei materiali che stavano affluendo da tutta Italia, e i primi cantieri di lavoro. Nel corso dell’estate di quell’anno oltre 15.000 ex alpini si alternarono al svolgere le loro ferie di lavoro in Friuli.

Gemona si trovò nella situazione di dover dare ricovero ai cittadini rimasti senza tetto, e per questo si organizzarono le tendopoli, con responsabili per la sicurezza, per la distribuzione degli aiuti, per le emergenze e per i rapporti con le autorità centrali.

LE SCOSSE DI SETTEMBRE

Il dramma del terremoto ebbe anche un secondo atto nel mese di settembre del 1976, con nuove e forti scosse che sconvolsero nuovamente il Friuli.
L’11 settembre due scosse alle 18.31 e alle 18.40 superarono di 7,5 e gli 8 gradi della Scala Mercalli; il 15 settembre ci fu una prima scossa verso le ore 5.00 ed una seconda alle ore 11.30 che superarono i 10 gradi della Scala Mercalli.

Tutto quanto fu risparmiato dalle scosse di maggio, venne distrutto dai terremoti di settembre 1976.

I comuni di Trasaghis, Bordano, Osoppo, Gemona del Friuli e Venzone furono completamente rasi al suolo.

Nuovo terremoto, nuove vittime, le case già riparate nuovamente danneggiate, mentre le tendopoli dovettero ospitare ancora altre famiglie senzatetto.
Fu chiaro che non si potevano realizzare centri prefabbricati prima dell’arrivo dell’inverno e tutti capirono che bisognava partire.

Fu l’esodo verso i centri balneari della costa adriatica, fino alla primavera del 1977, quando iniziò il rientro nei prefabbricati.

LA RICOSTRUZIONE

Molti edifici furono demoliti in quanto non ripristinabili.

Gemona risultò distrutta per oltre il 70%.

Il Governo Italiano nominò il 15 settembre 1976 l’on. Giuseppe Zamberletti Commissario Straordinario del Governo, incaricato del coordinamento dei soccorsi. Gli venne concessa totale libertà di manovra, salvo approvazione a consuntivo da parte del Parlamento.
Per coordinare questa organizzazione venne istituita la Segreteria Generale Straordinaria, che si organizzò con una rete di 11 centri operativi periferici, tra cui anche Gemona.

Per rendere la ricostruzione più veloce, la responsabilità amministrativa venne affidata all’Amministrazione Regionale e a quelle Comunali.

Lo Stato mise a disposizione i mezzi economici, la Regione definì un’adeguata normativa, i Comuni la applicarono e i privati procedettero alla ricostruzione.

I proprietari degli edifici distrutti ebbero la possibilità di richiedere contributi sia per la riparazione, sia per la ricostruzione sulla base di normative ben definite, senza grossi problemi burocratici.
Questa formula si dimostrò assai pratica e permise di semplificare le procedure, assicurando la regolarità dei lavori e il rispetto delle norme antisismiche.

Oggi la ricostruzione è conclusa, Gemona è stata ricostruita in modo filologico – “dov’era e com’era” – e per anastilosi grazie al recupero di tutti gli elementi architettonici non distrutti dal sisma; gli elementi mancanti sono stati rifatti in modo che fossero distinguibili nettamente da quelli originali.

Gemona del Friuli, definita la Capitale del Terremoto, viene oggi indicata quale simbolo della rinascita del Friuli incarnando quello che viene definito a livello mondiale il MODELLO FRIULI.

PERCORSO DI VISITA “1976 FRAMMENTI DI MEMORIA”

La visita di Gemona si sviluppa dunque anche attraverso un’esperienza e un itinerario “emozionale” che ti conducono il visitatore lungo percorsi conoscitivi alternativi, visitando mostre, esposizioni fotografiche e siti simbolici e significativi, quali:

→ PERCORSO FOTOGRAFICO A PANNELLI “FRAMMENTI DI MEMORIA”
Si snoda su 26 siti, che potrebbero essere definiti i “luoghi della memoria”: presenta i più rilevanti edifici, scorci e angoli della città, mostrandone le immagini prima del terremoto e subito dopo la distruzione causata dal sisma, mentre l’opera di ricostruzione è davanti agli occhi del visitatore, che può così comprendere, comparare e verificare le diverse tipologie e metodi di ricostruzione, nonché l’immane lavoro svolto per far rivivere la città.

→ MOSTRA FOTOGRAFICA PERMANENTE SUL TERREMOTO “1976 FRAMMENTI DI MEMORIA” – Via Bini 26 – Centro Storico
Una serie di istantanee, provenienti dagli archivi di alcuni fotografi locali e nazionali, assieme a testi, testimonianze e filmati, narrano per immagini la storia del sisma del 6 maggio e della ricostruzione, con l’obiettivo di «conservare la memoria» del terremoto e far emergere «la drammaticità dell’evento e la forza di un popolo di risollevarsi dalla polvere».
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LABORATORIO DIDATTICO SUL TERREMOTO “1976 FRAMMENTI DI MEMORIA”– Piazza del Municipio 5 – Centro Storico
Allestito dall’Ecomuseo delle Acque del Gemonese e dal Comune di Gemona, con il supporto scientifico dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, offre la possibilità di un apprendimento multidisciplinare del fenomeno sismico attraverso un approccio fortemente interattivo e partecipativo. Fa parte di un percorso territoriale sul terremoto in Friuli comprendente oltre alla mostra fotografica “1976 Frammenti di Memoria”, la mostra documentaria “Tiere Motus” di Venzone, e una serie di itinerari nel territorio del gemonese.
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CHIESA DELLA BEATA VERGINE DELLE GRAZIE

Simbolo del terremoto e della distruzione, con l’imponente gradinata, i cui resti (fine XV secolo) sono stati sistemati a parco lapideo con il recupero del portale, di parti della facciata e dei muri perimetrali. La chiesa era detta “la piccola pinacoteca di Gemona” in quanto ospitava importanti opere pittoriche, alcune delle quali ora esposte al Museo Civico di Palazzo Elti

Si consiglia la visita anche della Porta Monumentale della Loggia del Municipio (scheda di approfondimento), opera dell’artista Ercole Casolo, che “racconta” la successione dei fatti sismici – dalla distruzione alla ricostruzione – nelle belle tavole bronzee e, nel cortile interno del Museo Civico di Palazzo Elti, la ricostruita facciata del cinquecentesco Palazzo di Caporiacco in cui sono stati inseriti bifora, trifora ed elegante portale recuperati dopo il sisma, nonché la vera da pozzo.

Molto toccante e momentaneamente esposto a Palazzo Elti, presso il Museo Civico, è un simbolico e toccante Crocifisso in legno e chiodi dei tetti della case di #Gemona distrutte dal terremoto del 6 maggio 1976. Si tratta di un prezioso dono di Pietro Nervo e Nella Caucini di San Mauro Torinese, che lo ricevettero come ringraziamento per aver sostenuto con una generosa donazione un campo di lavoro dei ragazzi salesiani di Torino che intervennero durante l’emergenza.

Per un ricordo alla vittime, nel cimitero della città si trova il Memoriale realizzato dagli architetti Gianpaolo Della Marina e Marzia Di Doi, opera simbolicamente evocativa, impreziosita dalla struggente poesia del compianto cittadino gemonese ltalo Calligaris

“Fu una notte di maggio”
Fu una notte
di maggio
a sradicarci
e giacque
quel che fummo
sotto un manto
malfermo
di detriti,
ma ci ritennero
vivi
pur se spenti
alla lacrima amica
ed all’abbraccio

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